Plauso del Consorzio Corertex alla linea dei dazi doganali sui piccoli pacchi provenienti dall’Asia ipotizzata dal governo nella Finanziaria.
I due euro sui piccoli pacchetti provenienti da Paesi extra Unione Europea sono visti come un segnale e una difesa del Made in Italy di fronte al problema del fast fashion.
La modifica del regolamento doganale da parte dell’Ecofin, che introduce la tassa sulle consegne che hanno un valore fino a 150 euro, è ben vista da Corertex: “E’ una misura che abbiamo caldeggiato al tavolo di crisi del settore raccolta e riuso tessile – commenta il presidente Raffaello De Salvo – e potrebbe essere un valido aiuto per la filiera del recupero tessile. Secondo un censimento del 2024, infatti, sono stati consegnati in Europa circa 4,6 miliardi di piccoli pacchetti, in continuo incremento, di cui oltre il 90% provenienti dalla Cina e il calcolo di quante risorse ci sarebbero a disposizione per il recupero tessile è molto semplice”.
“Durante l’incontro di Roma – continua De Salvo – era stata ipotizzata anche l’idea di inserire in manovra delle risorse da destinare alla filiera, da noi stimate in circa 50 milioni. Ma vedo anche questa ipotesi poco probabile visto che la coperta è corta. Ricordo che il fast e super fast fashion, oltre ad avere un’etica produttiva alquanto discutibile, sono responsabili di oltre 100 milioni di tonnellate di rifiuti tessili all’anno che difficilmente sono valorizzabili perché non adatti a riuso e riciclo. Rifiuti che però noi siamo costretti a gestire”.
Il presidente di Corertex ricorda poi un altro problema legato al fast fashion orientale: “I giganti della potenza manifatturiera cinese – conclude – si rivolgono sempre di più al mercato globale essendo il loro modello di business dipendente dall’elevato fatturato e dal consumo di massa, con particolare attenzione all’Africa. Il continente importa enormi quantità di vestiti di seconda mano, un mercato consolidato da anni e che produce ricchezza e posti di lavoro e concede la possibilità di vestirsi a oltre il 65% della popolazione che vive con meno di 5 dollari al giorno. Il sospetto è che la strategia di questi colossi orientali sia quella di donare ingenti somme di denaro a fondazioni e organizzazioni, non solo africane, che promuovono informazioni sul presunto impatto negativo del mercato dell’usato in Africa e che affermano che quasi la metà delle importazioni di seconda mano consiste in indumenti inutilizzabili che finiscono nelle discariche. Ma queste affermazioni sono state smentite da rapporti di studio. Chi esporta indumenti usati emette fattura che viene regolarmente pagata e vengono pagate le tasse di importazione, che in Africa sono molto alte. Quindi chi pagherebbe tutto questo per poi buttare quasi tutto in discarica? Il problema in Africa è la totale mancanza di infrastrutture destinate al recupero dei rifiuti di qualsiasi genere, perché qualsiasi cosa a fine vita, sia esso usato, nuovo, di un famoso brand o fast fashion, finisce inesorabilmente in quelle discariche a cielo aperto”.








