John Kelley – Dio salvi… la moda inglese

John Kelley – Dio salvi… la moda inglese

Quello inglese è un mercato particolare: qualche grande brand della moda internazionale e una miriade di giovani e rampanti stilisti usciti dalle scuole di moda di tutto il mondo e pronti a sgomitare per ritagliarsi uno spazio sulla scena. Può capitare che un salone dedicato al tessile richiami l’ex first lady inglese Samantha Cameron come una studentessa di fashion alle prime armi, i responsabili stile di Vivienne Westwood e Victoria Beckham come un piccolo artigiano sarto o uno stilista emergente.
Forse è anche per questo che la London Textile Fair in alcuni momenti sembra una fiera estremamente seria e composta ed in altri, pur mantenendo la professionalità, si concede momenti ludici con feste a tema, musica e brindisi. E il suo organizzatore, John Kelley, ne rispecchia in pieno le caratteristiche: brillante rappresentante di tessuti, attivo coordinatore del suo staff fin dalle prime ore del mattino lo trovi poi alle 18 vestito da Elvis Presley a brindare con espositori e agenti. Una doppia personalità utile anche per sdrammatizzare i momenti difficili di un mercato comunque in fibrillazione, tra alti e bassi continui.
Incontriamo Kelley alla fine dell’edizione invernale della London Textile Fair e un primo bilancio è d’obbligo: “L’impressione – dice – è che ci siano stati più o meno i visitatori di sempre o qualcosa in meno ma a crescere è stata la qualità, come mi hanno confermato gli espositori”.

Perché un produttore di tessuto dovrebbe venire ad una fiera come questa?
Perché è diversa dalle altre. Qui non ci sono stand ma solo tavoli e stendini per i campioni. Il visitatore guarda, tocca, studia il tessuto senza l’obbligo di dover varcare la soglia di uno stand; se l’articolo interessa si siede al tavolo e parla con l’espositore, altrimenti tira dritto. In questo modo si riescono a vedere 30-40 collezioni in un giorno solo, non poche come altrove; è una fiera molto informale e dal costo basso.

La variazione di calendario di Milano Unica vi ha riguardati in modo diretto. A luglio avreste avuto la fiera in contemporanea e avete deciso di spostarvi sette giorni in avanti.
Sì, la faremo il 19 e 20 luglio. Quando abbiamo saputo la data di Milano abbiamo chiesto la disponibilità al Business Design Centre e ci hanno concesso lo spostamento; la nuova data coincide con Première Vision New York e forse sarà un problema per gli studi di design ma non per i tessitori. Non potevamo fare altrimenti anche se nessuno ci ha forzati.

Una nuova svolta per voi potrebbe essere il tessuto tecnico?
Ci crediamo molto, d’altronde basta guardarsi in giro, agli angoli delle strade, per capire che il tessile tecnico è ovunque. In Inghilterra c’è tanto consumo, soprattutto per lo sportwear, ma anche per l’outdoor e il countrywear e così nello scorso ottobre abbiamo voluto abbinare a Texfusion, la fiera del tessile orientale, anche la London Technical Textile Fair, con sei aziende espositrici. A marzo saranno almeno 25 se non addirittura il doppio…

Londra è da sempre un punto di riferimento per la moda, qui sono stati lanciati stili che hanno fatto epoca. Chi viene qua, grandi brand a parte, dove può trovare le cose più interessanti?
Sicuramente al Dover Street Market, è lì che si concentrano con i loro stand i giovani designer più creativi, ma anche al Camden Lock e al Brick Lane si può vedere la vivacità della moda londinese.

Infine una domanda obbligatoria. Un’impressione sulla Brexit ad ormai molti mesi dal voto del referendum.
Ormai ci siamo ‘acclimatati’, abbiamo assuefatto la novità e andiamo avanti senza scossoni. Per ora non è successo nulla, è impossibile che l’Unione europea non lavori o non faccia affari con l’Inghilterra. La Germania ha troppi interessi e scambi commerciali qui per tagliare i ponti, le Mercedes continueranno ad essere vendute e così tutto il resto. Forse il voto è stato un po’ frettoloso e inconsapevole da parte della maggioranza degli inglesi ma, al momento, non ha cambiato nulla.

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