Lotta al Fast Fashion, un anno dopo

Di nuovo tutti insieme al Parc des Expositions di Villepinte per unire le forze nella lotta al Fast Fashion: i vertici delle federazioni europee del tessile si sono date appuntamento a Première Vision, che per la seconda volta ha ospitato l’European Federations Meeting.

Ad un anno di distanza dall’ultimo incontro, che aveva portato alla firma di un documento di intenti, gli stessi firmatari hanno fatto il punto su progressi e criticità persistenti e sulle iniziative ancora da attuare per arginare un fenomeno che inizia ad avere numeri altalenanti.

Presente per l’Italia Stefano Albini, in rappresentanza di Confindustria Moda: “Con la Francia e le altre nazioni – ha detto – stiamo facendo un grande lavoro, il nostro presidente Sburlati è in continui rapporti col ministro Urso. E’ sempre importante ricordare che sul mercato possiamo avere gli stessi prodotti, gli stessi clienti ma anche le stesse regole. Devono essere implementati i controlli sulle componenti chimiche, capire se i prodotti che arrivano nelle nostre case rispettano tutti i limiti di legge che rispettiamo noi in azienda e dobbiamo far capire alle nuove generazioni l’importanza della durabilità. I più giovani devono poter valutare se è meglio una maglietta da 10 euro indossata dieci volte che una da 40 indossata quaranta volte; è un concetto che si scontra con le mode ma dal quale dipende anche la salute dei consumatori. C’è una sorta di tendenza al consumo compulsivo dovuto ai prezzi bassi ma anche nel fast fashion stanno cambiando i tempi; basta guardare Zara che, dopo anni di vendite basate sul prezzo, adesso ha alzato la qualità, anche dei negozi. Cosa che non succede a Shein, che ha chiuso il negozio di Parigi sette mesi dopo l’apertura e che dopo la quotazione in borsa a New York non abbia numeri positivi”.

Nel corso del suo intervento Albini ha anche sollevato una questione ormai essenziale, quella dello smaltimento degli abiti: “Con l’EPR – ha concluso – in Europa sappiamo chi deve sostenere il costo dello smaltimento, ma tutto il materiale che arriva da fuori chi se lo accolla? Anche considerando che spesso sono abiti prodotti con materie difficili da riciclare”.

L’incontro, aperto da Pierre-Francois Le Louet, presidente dell’Unione francese delle industrie della moda e dell’abbigliamento, e Olivier Ducatillion, numero uno dell’Unione delle industrie tessili transalpine, insieme a Florence Rousson, direttrice di PV, ha ruotato intorno all’introduzione del dazio doganale di 3 euro sulle importazioni di basso valore, visto anche dal presidente di Euratex Mario Jorge Machado come una tappa importante negli sforzi dell’Europa per affrontare le sfide poste dalla rapida crescita delle importazioni di moda ultraveloce. “Insieme all’abolizione dell’esenzione dal dazio doganale di 150 euro – ha detto Machado – ciò dimostra che i responsabili politici sono disposti ad agire quando le distorsioni del mercato diventano impossibili da ignorare. Ma questo dovrebbe essere visto come un primo passo, non come la meta finale”.

“Una buona partenza non è una linea d’arrivo” ha confermato Ducatillion nel suo intervento, durante il quale ha ricordato la firma della “Villepinte Declaration against Ultra-Fast Fashion” ricordando come la battaglia è ancora in corso e chiama in causa direttamente la Commissione Europea per arrivare a regole ancora più stringenti, come una tassa di gestione significativa che rifletta i costi reali generati dai miliardi di pacchi direct-to-consumer che entrano ogni anno nel Mercato Unico. Una tassa dell’ordine di 10 euro per pacco fornisce un’indicazione più realistica della portata necessaria per sostenere un’applicazione efficace delle norme.

“Ogni pacco che entra nell’UE – scrive in una nota Euratex – genera dei costi. Le dogane devono elaborare le dichiarazioni, effettuare valutazioni dei rischi e verificare la conformità. Le autorità di vigilanza del mercato hanno bisogno di risorse per identificare le merci non sicure e non conformi. I controlli sulla sicurezza dei prodotti, la gestione logistica e le attività di applicazione delle norme hanno tutti un costo. Oggi, una parte significativa di questi costi è a carico dei contribuenti e delle aziende europee che già rispettano le norme. Ecco perché il dibattito non deve concentrarsi solo sul commercio o sulla tassazione. Il problema è l’applicazione delle norme. Una commissione di gestione dovrebbe essere concepita in modo da garantire che chi genera tali costi contribuisca a coprirli. Per questo motivo, i proventi dovrebbero essere direttamente collegati al rafforzamento dei controlli doganali, della sorveglianza del mercato, dell’applicazione delle norme di sicurezza dei prodotti e delle capacità di analisi dei rischi in tutta l’Unione europea. È improbabile che gli importi attualmente in discussione, tra 2 e 4 euro per pacco, possano contribuire in modo significativo ai costi effettivi di gestione di questi flussi. Un valore di riferimento di 10 euro riflette meglio la portata della sfida, ma l’importo preciso dovrebbe basarsi su una solida valutazione dei costi sostenuti dalle autorità pubbliche. L’Europa deve garantire anche che le piattaforme online si assumano una maggiore responsabilità per i prodotti che immettono sul nostro mercato. Sosteniamo una maggiore coerenza tra la legislazione doganale, quella sulla sicurezza dei prodotti, sulla sorveglianza del mercato e quella in materia digitale. Dobbiamo inoltre evitare di creare nuove scappatoie. Controlli più rigorosi sui singoli colli non dovrebbero semplicemente incoraggiare gli operatori a passare alle importazioni all’ingrosso, ai magazzini europei o ai centri di evasione ordini. Una supervisione efficace deve essere applicata indipendentemente dal modello logistico utilizzato. Le autorità doganali devono avere accesso a dati equivalenti e dettagliati sia per i flussi B2C che per quelli B2B, se vogliono far rispettare efficacemente le norme dell’UE”.

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Matteo Grazzini
Matteo Grazzini