Gli espositori ci sono (737), i visitatori anche (nonostante qualche problema sulle linee ferroviarie che si sommano a quelli sull’A1 di ieri): si è aperta così l’edizione 43 di Milano Unica, l’edizione dei record come ha esordito il presidente Simone Canclini, per numero di espositori e per spazi espositivi occupati. Sui 737 espositori presenti, 460 sono italiani e 144 europei. Questi ultimi in crescita del 15,2% rispetto all’edizione corrispondente del 2025, si aggiungono poi le 119 aziende delle Aree Speciali. “Continuiamo a ricevere domande di partecipazione – commenta Canclini dopo il benvenuto nella cerimonia inaugurale – questo conferma la validità delle nostre scelte: privilegiare chi innova, alzare l’asticella della qualità e investire sui giovani, per i quali chiediamo sempre maggiore formazione. La sostenibilità, altra parola chiave, va oggi declinata in sostenibilità del riciclo. Il dialogo tra memoria e ricerca è da sempre il nostro mantra e oggi ancora di più lo confermiamo”. Se il rilievo internazionale della fiera continua a crescere è anche grazie a ICE Agenzia, il cui presidente Matteo Zoppas, ha confermato l’attenzione del Governo per il settore, anche dopo l’allarme lanciato qualche mese fa dal presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana Carlo Capasa. “Sono stati aumentati i fondi a disposizione di ICE per sostenere le imprese nella loro internazionalizzazione – commenta Zoppas – e si vedono già i frutti del nostro lavoro, ma questo non deve far dimenticare che purtroppo c’è una doppia velocità nel settore e anche un buon numero di imprese che stenta”.
Un plauso al settore, che nonostante le difficoltà continua a investire e a fare da traino all’economia del paese, viene sia dal presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, che dal presidente di Fondazione Fiera Milano, Giovanni Bozzetti. “Nonostante ci siano paesi con condizioni senza dubbio più favorevoli per gli imprenditori, il Made in Italy continua a primeggiare ed in particolare il settore Tessile/Moda nel quale per ogni milione investito si creano 15 posti di lavoro, il triplo di quanto avviene in altri settori”.
Nonostante questo l’orizzonte non è sereno se, come affermato dal Viceministro delle Imprese e del Made in Italy, Valentino Valentini, le tensioni non accennano a calare: aumento del prezzo dell’energia, erosione del potere d’acquisto della fascia media, le difficoltà di penetrazione di alcuni mercati e l’aggressività di alcuni competitor sul mercato domestico a seguito dell’imposizione dei dazi. Poi la Russia: “Purtroppo sarà difficile superare certe fratture che si sono create con questo mercato che era un ottimo cliente del settore moda – afferma Valentini – e le innegabili triangolazioni con altri paesi, di cui non si può parlare ma che sono sotto gli occhi di tutti, non sono sufficienti. Per quanto riguarda la Cina, invece, ha cessato di esser la fabbrica del mondo e il maggior mercato di sbocco (due slogan per molti anni): le fabbriche sono più evolute e non più destinate solo a produrre per i brand europei. Il compratore è più maturo e compra anche prodotti cinesi, ormai di ottimo livello”.
Non sono mancate le riflessioni sull’IA, anche nell’ambito della tavola rotonda moderata da Nicola Porro. Uno strumento che non può essere ignorato, perché se è vero che non potrà intervenire nelle produzioni spesso artigianali del settore, certamente è essenziale per la ricerca e fornitura dei materiali, per garantire la tracciabilità, per la promozione e la distribuzione, a maggior ragione in previsione di una responsabilità estesa del produttore. Su questa convinzione c’è stata la convergenza sia di Mauro Sampellegrini, direttore Ricerca, Innovazione e Sostenibilità di Confindustria Moda, di Stefano Galassi, CEO Limitless Innovation. Utilizzo ottimale dell’IA deve essere quello che garantisca una distintività, ossia il mantenimento dell’identità aziendale dato che il maggior rischio di un uso improprio di questo strumento è proprio l’omologazione.
Interessante l’excursus di di Erika Andreetta, partner PWC Italia, che ha evidenziato come i fatturati delle imprese tessili italiane siano tra i 20 e i 200 milioni di euro, mentre quelle cinesi hanno esattamente un’ordine di grandezza in più: evidente che la competizione dev’essere su un altro campo, quello della creatività e dell’innovazione. Nonostante questo il fast fashion, per quanto lontanissimo dal DNA delle imprese italiane, resta un inevitabile di criterio di benchmark, come ha sottolineato David Pambianco, CEO Pambianco. Ma quello che distingue le imprese italiane, che le rende competitive sul mercato e anche fonte di appeal per i giovani è proprio la loro storia, che sempre più spesso viene raccontata, come ha evidenziato Chiara Beghelli, giornalista de Il Sole24Ore, autrice del libro Il grande telaio.









