Prato, associazioni e sindacati scrivono a Di Maio

Prato, associazioni e sindacati scrivono a Di Maio

E’ firmata da Cna Toscana Centro, Confartigianato Imprese Prato, Filctem-Cgil, Femca Cisl e Uiltec la lettera-documento inviata al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Luigi di Maio, per sollecitare l’attenzione sulla grave situazione di illegalità e sfruttamento del lavoro che si sta registrando nel distretto tessile pratese.

Questo il testo integrale che riceviamo e pubblichiamo

Signor Ministro,
sul territorio pratese, malgrado l’importante azione di controllo delle forze dell’ordine e le segnalazioni pressanti delle rappresentanze economiche e sociali, permane da anni la discrasia creata dalla presenza di imprese che, operando al di fuori di regole e normative, alimentano un sistema di illegalità e di sfruttamento lavorativo che ha condotto, cinque anni fa, alla tragedia della Teresa Moda, nel cui rogo persero la vita sette persone di nazionalità cinese. Da allora si è sviluppato il progetto Lavoro Sicuro che ha visto la Regione assumere, e successivamente stabilizzare, un gran numero di ispettori ASL e programmare controlli a tappeto sulla sicurezza nelle aziende di abbigliamento, per un numero di 4000 ispezioni annue. Toccando così tutte le aziende interessate.

Questo approccio è servito per migliorare i livelli di sicurezza ma, per ovvi problemi di competenza, non ha minimamente scalfito il modello produttivo del sistema illegale che si basa sullo sfruttamento lavorativo del personale. Modello che si è via via allargato ad altre lavorazioni del tessile tradizionale, risalendo la filiera produttiva fino alla tintoria, alla rifinizione e alla stampa del tessuto. L’allargamento del modello a nuove fasi di lavorazione ha visto l’esigenza di introdurre, nel sistema, figure specializzate attingendo a lavoratori italiani – o residenti in Italia da decenni – e quindi sindacalizzati, provenienti da aziende cessate. Questo ha consentito di conoscere direttamente le condizioni lavorative e retributive applicate in queste aziende facendo emergere trattamenti fortemente differenziati su base etnica.

Trattamenti che, approfittando dello stato di bisogno, sono di vero e proprio sfruttamento lavorativo. Le locali Federazioni sindacali di settore (Filctem-CGIL, Femca-CISL e Uiltec-Uil), e le locali associazioni datoriali (CNA, Confartigianato e Confindustria) hanno quindi costituito un tavolo, nel quale hanno condiviso analisi e proposte a tutela dei lavoratori sfruttati e delle imprese corrette. E il primo marzo 2017, hanno sottoscritto il Protocollo “Per il lavoro dignitoso e il ripristino della legalità nel sistema produttivo illegale pratese del tessile abbigliamento”. Il Protocollo individua l’illegalità produttiva come un vero e proprio sistema, da affrontare come tale, e analizza il sistema illegale, ne spiega il funzionamento e evidenzia che tali metodi si stanno allargando anche ad altre aziende del territorio. E indica come contrastare il sistema, suggerendo le dissonanze da monitorare (a monte dei controlli) per individuare così preventivamente le aziende da verificare. Indicando dove, come e quando controllare con la maggiore efficacia in termini di contrasto le poche aziende che alimentano il lavoro delle altre migliaia e richiedendo la sistematica applicazione della legge sulla responsabilità solidale da parte della locale sede INPS nei confronti dei committenti che si servono delle aziende sfruttatrici. Legge risalente al 2003 ma inapplicata, malgrado le richieste ripetute, nel tessile-abbigliamento pratese.

Il Protocollo viene presentato alla Prefetta, al Procuratore della Repubblica e alle Direzioni locali dell’INPS, dell’Inail e della DTL. Poi, in un successivo incontro, la Prefetta accoglie la richiesta dei firmatari di aprire un Tavolo con tutti gli organi preposti al controllo per arrivare a controlli più efficaci. Il Tavolo parte a luglio. Ad agosto 2017 altro rogo e altri due morti di nazionalità cinese. Stavolta non in un capannone dormitorio ma in una casa-fabbrica. A dimostrazione che se un sistema illegale, se pur controllato, non è contrastato efficacemente, muta, si trasforma, si nasconde, ma continua a produrre illegalmente. Intanto la legislazione sullo sfruttamento lavorativo è cambiata e il nuovo articolo 603 bis del C.P. inasprisce le pene e allarga il reato di sfruttamento previsto per il caporalato anche a chi utilizza, assume o impiega i lavoratori sfruttati. E lo fa indicando gli indici che determinano lo sfruttamento. Indici chiaramente presenti nel modello produttivo illegale pratese, al quale sono sottomessi giornalmente migliaia di lavoratori sfruttati.

Ad un anno dalla firma del Protocollo, i firmatari organizzano un convegno con la presenza della Direzione nazionale dell’INPS e di un giuslavorista che metta in evidenza la vigente normativa sullo sfruttamento lavorativo e la sua applicabilità al sistema produttivo illegale pratese. Ci viene così raccontata l’esperienza positiva dell’applicazione della responsabilità solidale da parte dell’INPS delle Marche nel distretto calzaturiero del Fermano-Maceratese, che ha prodotto proprio i risultati auspicati nel Protocollo e un cospicuo, ed effettivo, recupero contributivo. La sintesi del convegno è che le leggi ci sono, ma a Prato non vengono applicate. È da notarsi che le locali direzioni di Inps, Inail e DTL malgrado l’invito, non partecipano al convegno. Intanto il tavolo in Prefettura è andato avanti e ha prodotto la disponibilità di vari soggetti a mettere in comune i loro dati, nella stessa piattaforma informatica, per fare emergere preventivamente i soggetti da controllare verificando quando emerso dall’analisi dei dati, sotto il coordinamento della Prefetto.

Così il 27 aprile 2018, alla presenza dei firmatari del Protocollo, viene firmato il Piano di intesa tra tutti i Comuni della Provincia, Agenzia delle Entrate, Agenzia delle Dogane, Guardia di Finanza, Inail e Ispettorato del lavoro. Tutti tranne l’Inps che sembrerebbe abbia fatto mancare la firma. I controlli sono ora più efficaci e sempre più spesso individuano ditte fantasma o con altissime percentuali di lavoratori completamente a nero. E spesso le aziende controllate vedono l’immediata sospensione dell’attività produttiva. Malgrado questo, però, in base alle norme in vigore, riprendono a lavorare dopo poche ore o, al massimo, il giorno dopo. Un esempio per tutti: una stireria già chiusa per lavoro nero e sfruttamento della manodopera clandestina è stata subito riattivata grazie a una prestanome e richiusa dopo pochi giorni con l’arresto sia della ex titolare che della prestanome, che liberate il giorno dopo, hanno subito ripreso l’attività per la terza volta. È evidente che qualcosa non funziona.

Perché se l’INPS avesse contestato la responsabilità solidale al committente della stireria (cioè al proprietario effettivo delle maglie da stirare trovate in azienda), questa non avrebbe più avuto le commesse per lavorare una volta chiusa dalle autorità. E perché se fosse stato contestato alla titolare lo sfruttamento lavorativo (date le pene previste) difficilmente si sarebbe trovato una prestanome pronta a subentrare per continuare a produrre illegalmente. Perché, come si è visto, un sistema non contrastato, seppur controllato, evolve. E oggi le tre fasce di lavoratori, con diversi trattamenti su base etnica, descritte nel Protocollo sono diventate almeno cinque, visto l’emergere dello sfruttamento di lavoratori irregolari sul territorio e di richiedenti asilo. Ai quali il sistema si rivolge sempre più spesso perché, essendo regolari sul territorio, può farli lavorare completamente a nero rischiando una semplice sanzione amministrativa che, onorata in parte, consente la immediata riattivazione dell’attività eventualmente sospesa.

Noi pensiamo che quanto fatto dai firmatari del Protocollo per il ripristino del lavoro dignitoso e della legalità a Prato non abbia eguali in Italia, in quanto ha prodotto un Piano di Intesa tra gli organi preposti al controllo che ne ha cambiato l’approccio, a tutela dei lavoratori e di tutte quelle aziende del settore che operano correttamente e sono messe a rischio dal sistema illegale e dalla concorrenza sleale. Malgrado ciò il sistema illegale continua a sfruttare i lavoratori e a produrre ricchezza e le norme previste per il contrasto e la deterrenza non trovano applicazione. Non è chiaro se per mancanza di volontà politica, per l’inefficacia delle procedure o per l’indicazione degli obiettivi. Certo è che il sistema non viene contrastato. Per questo i firmatari del Protocollo si mettono a disposizione del Ministero per collaborare a un contrasto efficace del sistema e chiedono che Prato diventi laboratorio per la sperimentazione di procedure più efficaci per l’applicazione delle leggi esistenti in materia. In particolar modo la responsabilità solidale e lo sfruttamento lavorativo.

Sarebbe non solo un bel modo di onorare la memoria di chi è morto a causa di questo sistema nell’imminenza del quinto anniversario, il primo dicembre prossimo, dei sette morti nel rogo della Teresa Moda ma anche rendere merito alle centinaia di imprese che quotidianamente operano nella legalità dando lavoro a migliaia di persone.

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    RUGGERO Zigliotto
    8 Dicembre 2018, 15:22

    Le associazioni o se vogliamo le corporazioni hanno esaurito completamente la loro funzione di lobby positiva, fintanto che il mercato o meglio i mercati erano di fatto controllati dagli Stati… Ma cari signori avete voluto, accettato, sostenuto la globalizzazione? Bene questi i risultati…siamo tutti ZOMBIE in termini di economia e i cari dirigenti non solo di Cna ma di tutte le categorie economiche stanno cercando rifugio nella politica, perché verremo spazzati via dalla storia e dalle multinazionali che non hanno confini ne sovranità nazionali, oggi l’unica associazione che ancora funziona è la mafia che notoriamente ha e da molto tempo assunto il ruolo essa stessa di multinazionale. In realtà esisterebbe una possibile salvezza quella appunto si superare gli stati nazionali così come li conosciamo e porci nei confronti dei mercati come una realtà territoriale libera da vincoli di bilancio, fiscalità e da patti di stabilità assurdi quanto anacronistici, in pratica un “si salvi chi può “ generalizzato, il Veneto c’è la farebbe senza problemi

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