Il costo (etico) di un abito? Ce lo dice Livia Firth

Il costo (etico) di un abito? Ce lo dice Livia Firth

Moda, etica e sostenibilità in un documentario, “The true cost“, diretto da Andrew Morgan e presentato al Festival di Cannes, che svela i retroscena della moda low cost. Ed il film è stato proiettato nella sede di Unindustria Como perchè il distretto tessile lariano è da sempre caratterizzato da imprese etiche e sostenibili: la collaborazione con il Lake Como Festival ha permesso di avere alla proiezione anche Livia Firth (nella foto), Executive Producer del documentario, accolta da Claudio Taiana, past president del Gruppo Filiera Tessile di Unindustria Como e da Carlo Capasa, presidente della Camera Nazione della Moda.

“Abbiamo aderito – ha spiegato Claudio Taiana – alla proposta di presentare e proiettare il film all’interno della nostra sede, prima con sorpresa, e, dopo averlo visto, con estrema convinzione. Parlo di film perché questo lavoro va ben oltre il documentario: approccia i problemi ecologici e di rispetto dell’ambiente, va in profondità, coglie l’aspetto umano della persona e della sua dignità. Sposa la concezione del lavoro, della vita e del rispetto delle nostre aziende”.

Il documentario – un collage di varie interviste che vedono protagonisti ambientalisti, lavoratori dell’industria tessile, imprenditori, stilisti, e attivisti del commercio equo e della produzione sostenibile – porta alla luce gli aspetti più controversi della moda a buon mercato. Con un approccio rivolto alle istanze ambientali, sociali e psicologiche, dal momento della produzione alle sue più estreme conseguenze, il regista vuole risvegliare l’attenzione del pubblico verso una scelta più responsabile nella produzione e nell’acquisto di capi d’abbigliamento.

“Sono stata in Bangladesh due volte – racconta Livia Firth – ed è come se mi fossi resa conto di colpo che i vestiti che indossavo erano stati fatti da donne come me che lavoravano quasi in condizioni di schiavitù. Ho visitato una fabbrica considerata modello: c’era una sola entrata presidiata da guardie armate, nessuna uscita di sicurezza, sbarre alle finestre. Vi lavoravano tantissime donne per dodici, quattordici ore al giorno, con l’obbligo di produrre dai 100 ai 150 pezzi all’ora, e spesso con una sola pausa per andare in bagno.Tutto questo per l’equivalente di 46 dollari al mese. Praticamente delle schiave”.

Le cose stanno già cambiando: stiamo diventando cittadini e consumatori attivi. Però non basta

La moda allora è diventata un modo per fare advocacy. “Molti la considerano una cosa frivola, ma non potrebbero essere più in errore. Tutti noi ci vestiamo ogni giorno, il mondo non è portato avanti da persone nude, e il fashion ha un impatto incredibile: è la seconda industria al mondo più inquinante dopo quella petrolifera”. E l’industria del fast fashion è fondata proprio su produzioni in cicli molto veloci, ogni settimana nuove collezioni vengono messe sul mercato a prezzi irrisori. “E questo – continua la produttrice – danneggia il tessile italiano, i designer e la manodopera; reggere la competitività diventa difficilissimo. Qui nel distretto lariano c’è l’asse portante della moda italiana, che ha voglia di affrontare un percorso diverso. Vuole comunicare dei valori unici, che rappresentano proprio il valore aggiunto dell’Italia. Non dobbiamo comprometterli o fare finta che non importino. Ed è bellissimo che il presidente Capasa abbia messo la sostenibilità al primo posto, in cima alle sue priorità. Le immagini dicono più di mille parole, sono di impatto immediato. Le cose stanno già cambiando: stiamo diventando cittadini e consumatori attivi. Però non basta. I brand devono avere maggior coraggio nel raccontare le storie di bellezza che ci sono dietro alle loro produzioni”.

“Prima guardavamo delle foto del lago – aggiunge Claudio Taiana – e questo è il contesto in cui ci muoviamo. Siamo imprenditori di seconda, terza, quarta generazione: abbiamo nel sangue il messaggio antico del rispetto delle persone che lavorano con noi, che creano il nostro successo, che esprimono i valori e non solo il prodotto. Questo terreno ce lo hanno passato i nostri nonni e noi dovremo darlo ai nostri figli. Questa logica del rispetto delle persone e del territorio rispecchia quei valori che oggi rischiamo di perdere, ma che qui sono forti”.

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