FMI: l’Asia rischia una recessione storica

FMI: l’Asia rischia una recessione storica

Per la prima volta in 60 anni la crescita economica dell’Asia dovrebbe essere dello 0% nel 2020 secondo il rapporto pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale. Un dato che fa notizia perchè interrompe un lungo trend positivo, anche se in fondo l’Asia sembra stare meglio di altre regioni.

Guardando nello specifico alla Cina, la crescita economica cinese è attesa all’1,2% nel 2020, contro il 6% previsto dal FMI a gennaio. Il Fondo Monetario stima che una ripresa dell’attività della seconda maggiore economia mondiale entro la fine di quest’anno e che la sua crescita dovrebbe tornare al 9,2% l’anno prossimo.

Le esportazioni cinesi sono scese del 6,6% in marzo. Le importazioni sono diminuite dello 0,9%. Cifre migliori del previsto, che riflettono la ripresa della produzione nelle fabbriche del Paese. Più pessimista l’agenzia Reuters, che prevede cali più drastici.
Le autorità cinesi hanno già manifestato gli interventi a sostegno della loro economia, segnalando l’intenzione di aumentare le spese di bilancio al fine di finanziare soprattutto grandi progetti regionali. Sul versante monetario, la banca centrale cinese ha iniziato ad adeguare una serie di strumenti. La People’s Bank of China (PCB) ha annunciato l’abbassamento dei tassi d’interesse a medio termine e la riduzione dell’ammontare delle riserve che le banche commerciali devono detenere al suo interno.
Notizie preoccupanti anche per l’Asia del Sud che, secondo un rapporto di Banca Mondiale, rischia la recessione  peggiore in 40 anni.  La regione costituita da India, Bangladesh, Pakistan, Afghanistan e altri stati più piccoli conta 1,8 miliardi di abitanti e alcune delle città più densamente popolate del mondo. Tutti Paesi in cui i casi conclamati di Covid-19 per ora sono pochi, ma alcuni esperti temono che la zona diventerà uno dei prossimi epicentri della pandemia. Il turismo si è fermato, le catene di fornitura sono state interrotte, gli ordini delle industrie occidentali sono stati annullati, la domanda di tessuti è crollata. Aumenta ovviamente la disoccupazione.
La settimana scorsa migliaia di operai del settore tessile (soprattutto donne ventenni e trentenni) hanno manifestato in Bangladesh per esigere il pagamento dei loro salari, non versati a causa delle cancellazioni di ordini dovute alla pandemia. Le esportazioni di vestiti, fabbricati per conto dei grandi marchi occidentali, rappresentano l’84% dell’export totale del Bangladesh. Però, da quando l’esplosione dell’epidemia di Coronavirus ha costretto l’Occidente ad isolarsi, i principali marchi di prêt-à-porter hanno annullato o rinviato ordini di merce per almeno 3,1 miliardi di dollari dai produttori locali, secondo la Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association.

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