Il presidente di Confindustria Varese Luigi Galdabini ha voluto mettere nero su bianco il disappunto per la riforma dell’artigianato e ha scritto una lettera a tutti i parlamentari del territorio, sottolineando problemi e soluzioni.
“Due gli articoli del tutto sbagliati – scrive Galdabini – cioè l’articolo 15 sull’innalzamento della soglia dimensionale dell’impresa artigiana da 18-32 dipendenti attuali a 50 per tutte le tipologie produttive, con la conseguenza che le imprese di 49 addetti potranno applicare Ccnl artigiani (con minimi retributivi più bassi) in luogo dei Ccnl industriali, e l’articolo 16 che vieta l’uso del termine ‘artigianale’ per le imprese non iscritte all’Albo delle Imprese Artigiane. Con la conseguenza che un’impresa con 60 maestri orafi che producono interamente a mano non potrà più scriverlo sui propri prodotti, mentre un’impresa con processi automatizzati, se iscritta all’Albo, potrà farlo”.
Per Confindustria Varese, che da anni collabora col mondo artigianale, si tratta di “una norma che, con approccio dirigista, cala dall’alto sull’economia reale un mondo inesistente. L’artigianato ha bisogno di politiche che possano sostenere le ambizioni di quei titolari d’impresa che vogliano trasformarsi in industria per crescita, dimensione e presidio dei mercati. Ma un’impresa non può essere industriale quando compete sui mercati e artigiana quando deve sostenere i costi e gli obblighi della competitività”.
Come conseguenze della nuova legge gli industriali di Varese vedono danni alle casse dello Stato, un aggravamento della già allarmante questione salariale, un restringimento del perimetro delle imprese che sostengono gli ammortizzatori, e un allargamento di quello delle aziende che possono contare sugli stessi strumenti dell’industria nella gestione delle crisi.
Vengono avanzati poi dubbi di incostituzionalità per la mancanza del principio dell’uguaglianza tra imprese identiche, del principio di libertà d’impresa, della tutela della concorrenza.
In più secondo Confindustria Varese la riforma verrà con ogni probabilità bocciata anche in sede europea perché viola la Direttiva sugli appalti e va in contrasto con la Direttiva sui salari minimi.
E poi arriva la richiesta per le Pmi: estensione degli ammortizzatori sociali, riduzione del costo del lavoro (non dei salari!) per le imprese manifatturiere, incentivi agli investimenti, semplificazione amministrativa. Così Varese si fa portavoce delle stesse richieste del Sistema Confindustria: ritiro del decreto; audizione nelle Commissioni parlamentari su lavoro e attività produttive; apertura di un tavolo tecnico con tutte le parti sociali (compresi i sindacati) per costruire una proposta condivisa; modifica dell’articolo 16 che va sostituito con una descrizione dell’artigianato basata sul processo produttivo; predisposizione di una simulazione ufficiale degli impatti su contributi, fisco e rappresentanza.







