66' edizione di Filo

Filo e un mercato che deve trovare soluzioni

La 66′ edizione di Filo va in archivio con numeri che soddisfano organizzatori ed espositori dopo una due giorni in cui il salone ha confermato la sua vitalità.

Un refrain delle edizioni passate con tanti incontri finalizzati agli affari: d’altronde Filo non è fiera da voli pindarici, mondanità o perdite di tempo. Chi ci va lo fa solo per lavoro, ha incontri mirati e scambi di idee ed esperienze con i colleghi e gli imprenditori.

La differenza tra un’edizione e l’altra la fanno i numeri, sia per quanto riguarda i visitatori che i fatturati delle aziende, questi sì esposti a mutazioni continue.

Sul fronte dei visitatori la sinergia con Agenzia Ice ha portato in fiera una delegazione di 20 buyer provenienti da Francia, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Regno Unito, Turchia e India, mentre quella con Regione Piemonte ha contribuito all’organizzazione dei “Buyers’ Days”, con una significativa rappresentanza proveniente dal Regno Unito.

“Chiudiamo questa edizione – dice Paolo Monfermoso, responsabile di Filo – con un buon bilancio. L’affluenza dei buyer è stata alta e di qualità, mentre il numero degli espositori si è mantenuto in linea con quello di febbraio. Alla vigilia non era un esito scontato, visto il periodo di continua crisi geopolitica e le difficoltà economiche che ne conseguono. Abbiamo apportamento qualche piccolo aggiustamento all’Area Tendenze, per valorizzare ancora di più le collezioni, proponendo i tableaux dei filati per tessitura insieme ai tableaux dei filati per maglieria, per dare modo ai visitatori di avere una visione immediata della produzione delle aziende”.

Tra gli stand, tra un cliente e l’altro, anche scambi di vedute tra imprenditori. Allo stand di Monticolor, ad esempio, l’ad Alberto Corti e il vice presidente dell’Unione Industriale Biellese Marco Bortolini, CEO di Di.Vè hanno fatto un punto della situazione del quale siamo stati interessati testimoni.

“Le materie prime hanno avuto rincari enormi – dicono – con la lana che da settembre 2025 a oggi è salita anche del 70%, il cotone fino al 40″. Un aumento che è dovuto giocoforza ricadere sui listini delle aziende, nell’ordine del 10-15%, ovvero intorno a un euro a seconda del prodotto.

“Le aziende devono avere il coraggio di imporre le proprie decisioni – dice Bortolini – perché il danno al settore non lo fa chi aumenta i prezzi di listino ma, viceversa, chi non riconosce il valore del nostro lavoro e pur di accettare un ordine tiene immutati i prezzi”.

Poi il dibattito si sposta su eventuali nuovi mercati: “L’accordo Mercosur è tutto da valutare – dice ancora Bortolini – anche se effetti positivi si sono già visti per altri settori. Il tessile ha bisogno di mercati a reddito alto perché è un bene piuttosto costoso, ed in questo senso il Brasile potrebbe avere soldi e persone sufficienti. Ma un altro modo per cambiare i conti in tavola potrebbe essere lo spostamento delle produzioni dal far east al bacino mediterraneo dove c’è sì concorrenza ma anche nostri clienti già presenti in quella fascia geografica, tipo Tunisia, Marocco o Egitto”.

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Matteo Grazzini
Matteo Grazzini